Hikikomori: adolescenti e giovani adulti in “ritiro”

Hikikomori: il ritiro come strategia difensiva

 

 

 

“Quando vado all’estero, se commetto un errore o faccio qualcosa

che  è leggermente differente dagli usi locali,

mi accettano in quanto viaggiatore. Sono uno straniero

Zielenziger, Non voglio più vivere alla luce del sole

 

 

 

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Attualmente non esiste una definizione ufficiale dell’hikikomori che lo descriva come fenomeno a livello mondiale. Nel DSM V esso viene classificato come “Sindrome culturale” riconducendola ad un’origine legata alla tradizione e alla cultura nipponica.

E’ nel 1998 che per la prima volta, uno psichiatra giapponese, Tamaki Saito utilizzò il termine Hikikomori per descrivere il fenomeno di ritiro sociale degli adolescenti giapponesi, sottolineando che esso non poteva essere spiegato ricorrendo a nessuna patologia preesistente, ma rappresentava un qualcosa di diverso che andava attentamente analizzato e studiato e, il cui sintomo primario era il ritiro sociale.

Nella fase iniziale di diffusione del fenomeno c’è stata molta confusione e si è ad esempio associato l’hikikomori all’uso eccessivo di internet, ma si tratta di due problematiche molto diverse fra loro. Nell’hikikomori infatti, l’uso di internet è una conseguenza del ritiro sociale, e non l’origine: l’Hikikomori si isola non perché attratto dal mondo virtuale ma perché sperimenta un malessere sociale preesistente. Da un certo punto di vista internet può rappresentare per gli hikikomori l’opportunità per riuscire a mantenere, in minima parte, delle relazioni, seppur virtuali, con altre persone, e ciò può rappresentare un indice prognostico positivo.

Ciò che spinge i giovani adolescenti a ritirarsi nelle loro camere è la sofferenza che la vita sociale gli provoca; essi hanno sviluppano una visione fortemente critica e negativa rispetto alle relazioni sociali e alla società in generale e quindi,la solitudine fra le 4 pareti di camera rappresenta il male minore, anche se, con il passare del tempo, il rifugio rischia di trasformarsi in una gabbia da cui, spesso, non si è più in grado di uscire. Gli studi dimostrano che in fase avanzata, il rischio di sviluppare psicopatologie aumenta considerevolmente e ciò spiega perché spesso l’Hikikomori sia associato a disturbi dell’umore.

Che cosa è l’Hikikomori?

Attualmente non esiste una definizione clinica del fenomeno, che sia accettata e condivisa a livello mondiale.

Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione nazionale “l’Hikikomori Italia” la definisce come “una pulsione all’isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate” e sottolinea che “l’hikikomori non è solamente che non esce di casa ma anche chi esce con fatica, con sofferenza e con disagio, che esce senza trovare una reale motivazione e lo fa solo perché si tratta di una consuetudine o di un obbligo, chi esce ma non socializza con nessuno, rimanendo a tutti gli effetti isolato anche in un contesto sociale. Quando il ritiro si concretizza e diventa manifesto significa che il disagio ha raggiunto un livello di gravità tale da non essere più sostenuto”

E’ il confronto con gli altri e con le loro aspettative che maggiormente lo preoccupa e lo spaventa e quindi come strategia difensiva si tira fuori dai giochi rinunciando a giocare seguendo le regole imposte dalla società: devi avere una ragazza/o, devi avere tanti amici, devi trovarti un lavoro fisso , devi essere sportivo, devi ottenere voti ottimi…. Quando di fronte a questi imperativi si sente di non avere le capacità/ possibilità di soddisfarli sperimenta sensazioni di impotenza e fallimento che lo portano a scegliere la via di fuga del ritiro.

Incidenza

In Italia non sono ancora stati effettuati studi a livello nazionale, tuttavia sembra confermata anche nel nostro paese una maggiore prevalenza del fenomeno nei giovani maschi. Rispetto all’età di insorgenza possono essere individuate due fasi critiche: la fascia di età che va dai 14 ai 19 anni e la fase successiva la fine della scuola superiore. Nella prima fase critica i ragazzi si trovano ad affrontare il passaggio dalle scuole medie alle superiori, dove il confronto con il gruppo dei pari e le aspettative su di loro aumentano considerevolmente, il tutto accompagnato dai cambiamenti fisiologici della pubertà, già di per sé critici. Nella seconda fase critica, invece, la fine della scuola richiede un progetto di vita e quindi un carico emotivo importante che spesso il giovane adulto non riesce a gestire, se non ha un’idea precisa di ciò che vuol diventare da “grande”, quindi per sfuggire alla crescita si rifugia in casa, illudendosi di bloccare il tempo. Si è notata inoltre, una maggiore incidenza nei primogeniti e nei figli unici, dove il carico di pressioni familiari sembra maggiore. Altra caratteristica comune è il loro livello cognitivo: si tratta di individui con spiccate doti introspettive, un animo critico e riflessivo che, purtroppo, si trasformano in un’arma contro loro in quanto li espone a difficoltà nelle relazioni interpersonali.

Cause

Ciò che si nasconde dietro al ritiro sociale è la paura: paura di non essere all’altezza delle aspettative degli altri, paura di essere giudicato per i propri errori, per le proprie mancanze, per il non riuscire a raggiungere determinati obiettivi. E ciò che accompagna la paura è la vergogna, di non essere abbastanza, di uscire perdenti dal confronto con l’altro, di essere mancanti. Per proteggersi da ciò scelgono la fuga, il rintanarsi nella loro zona comfort, dove sembra esserci una sospensione del tempo e dello spazio. Ma è un autoinganno che li conduce ad una trappola da cui è sempre più difficile uscire. Chiudendosi nelle loro camere si illudono di mettere in stand by il tempo per non avvertire la sofferenza di sentirsi diversi e distanti dagli altri, ma il tal modo, il passare del tempo non fa che aumentare sempre di più quella distanza fino ad apparire, in casi estremi, incolmabile. Da lì scompare la speranza e subentra la rassegnazione.

La scuola: il suo ruolo nell’insorgenza e nella cura

Negli ultimi anni grande attenzione sta ricevendo il fenomeno del bullismo e le conseguenze che esso produce nelle vittime. In Giappone il fenomeno del bullismo riguarda una grande parte della popolazione scolastica, raggiungendo dimensioni allarmanti. Esso rappresenta infatti,un fattore di rischio importante per l’insorgenza dell’Hikikimori. Anche in Italia il problema del bullismo sta diventando sempre più presente e diventa, evidente ed urgente, la necessità di interventi preventivi al fine di tutelare il benessere dei ragazzi. Esser vittima di bullismo significa essere esposto frequentemente e costantemente ad attacchi offensivi e aggressivi, da parte di un singolo o di più persone, che denigrano e svalutano la vittima e la spingono sempre di più a chiudersi in se stesso e a isolarsi da tutti. L’identità personale della vittime ne risulta fortemente compromessa e dà origine ad un disagio psicologico importante che richiede attenzione e cura. Rendere l’ambiente scolastico un luogo sicuro, dove i ragazzi possano trovare sostegno e aiuto rappresenta un obiettivo importante da perseguire, unito al rinsaldare la funzione di guida e insegnamento che la scuola ricopre. La scuola non può e non deve solo trasmettere e insegnare competenze ma deve valorizzare l’unicità di ciascun alunno, aiutandolo a scoprire quelle che sono le sue risorse e i suoi punti di forza. Inoltre è fondamentale per gli Hikikimori ricevere dalla scuola forme alternative di insegnamento piuttosto che andare incontro inevitabilmente ad una bocciatura per le continue assenze. Una bocciatura significa infliggere al ragazzo un ulteriore esperienza di frustrazione e fallimento, che rende più difficile un lavoro di recupero.

Cosa è possibile fare per aiutarli?

Crepaldi nel suo libro “Hikikomori, i giovani che non escono di casa” traccia delle linee guida per aiutare i genitori che si ritrovano a dover gestire un figlio hikikomori. In primo luogo suggerisce di allentare la pressione per non trasformare anche casa in un luogo ostile per il ragazzo; suggerisce inoltre di cercare di comprendere che la scelta del figlio è una strategia difensiva per affrontare un malessere personale e non un capriccio o una sfida e che quindi ricorrere ad un braccio di ferro risulterebbe improduttivo. Inoltre, è importante che i genitori non stravolgano la loro vita, modificando le loro abitudini per poter restare sempre accanto al figlio. Per poter aiutare il figlio a recuperare fiducia nelle relazioni sociali e, nella società in generale, è fondamentale che i genitori non si isolino insieme al figlio.

La complessità del fenomeno rende necessario un lavoro costante, paziente e tollerante e soprattutto il ricorso a dei professionisti che aiutino la famiglia nel comprendere e nell’affrontare la problematica del figli, attraverso una lettura più completa e articolata della situazione.

Per approfondire l’argomento è possibile consultare i seguenti link:

https://www.hikikomoriitalia.it/

https://lucianasarra.it/terapia-familiare-firenze/

https://lucianasarra.it/sostegno-alla-genitorialita-firenze/